Foto di scena ©Aurielen Bory

Pieno, vuoto e la dialettica del divenire

A RomaEuropa torna Aurélien Bory con 'Questcequetudeviens'

C’è poco da fare, gli spettacoli di Aurélien Bory più che raccontati vanno visti. Perché la parola è come il vestito rosso che Stéphanie Fuster indossa all’inizio: un’immagine suadente, un abito prezioso attraverso cui mostrarci e brillare, ma altresì una gabbia vuota, cava, priva di quel significato che – si crede – dovrebbe nascondere. E invece no, non c’è proprio nulla. O meglio, dentro a quell’abito, a quella parola, a quell’immagine—ci siamo solo noi.

Dopo la gabbia di nervi tesi di Plexus dello scorso anno, il celebre artista francese torna a RomaEuropa per indagare nuovamente la dialettica fra pieno e vuoto. Una dialettica tuttavia che pur ricorrendo a segni precisi si scarta felicemente dalla trappola del simbolismo: lo spettatore può trovarvi una narrazione, leggervi rimandi culturali, cogliervi allusioni filosofiche, ma la creazione rimane comunque aperta. E approdiamo subito a un tema molto caro alle arti performative, vale a dire la differenza tra praxis e poiesis, tra processo e produzione.

Foto di scena ©Aurélien Bory

Questcequetudeviens? Cosa diventi? Cosa ne è di te? Bory non ci mostra né il prima né il dopo, egli attraversa piuttosto il durante di questa evoluzione. Protagonista la bailaora di flamenco Fuster e il suo corpo (“su” e per cui lo spettacolo è specificamente ideato). Prima la danzatrice – innanzitutto una donna – affronta un sogno, dunque una proiezione, un’immagine senza sostanza (il vestito rosso tradizionale). Poi si confronta con sé stessa e allora lo spazio non potrà che essere stretto, chiuso, interiore, provando pervicacemente i passi davanti allo specchio mentre la stanza si riempie di vapore (il sudore, la fatica, la trasmutazione del desiderio, ma anche la liberazione tutta terrena, l’elevazione). Infine, superato il sogno, superato il proprio limite, si confronta con il proprio subconscio (perché desideriamo? Per divenire cosa? se sappiamo che non esiste una fine ma c’è solo evoluzione?). Ora il vincolo è liquido, l’immagine di sé è un riflesso nellacqua (disegno luci Arno Veyrat), non c’è più bisogno di sottomettersi a una disciplina, noi siamo ciò che vogliamo – in qualunque momento – senza doverlo diventare. Perché plasmare la realtà quando possiamo giocarci?

Fuoco, aria, acqua. Super-ego, ego, es. Le letture sono innumerevoli, la potenza immaginifica dello spettacolo è tale da innescare collegamenti a più livelli. La reiterazione dei gesti, dei passi, delle note flamenche, dei canti (Alberto Garcia e la chitarra di José Sanchez, dal vivo) immerge appunto in un processo che non sembra mai concludersi. Potrebbero essere le prove anziché lo spettacolo e non se ne coglierebbe lo scarto: il meccanismo è di una tale pulizia e precisione (la prova di Fuster è semplicemente stupefacente) che si alimenta da sée non smette mai di sorprendere (tranne forse qualche lungaggine nel finale).

Foto di scena ©Aurélien Bory

Ed è proprio questa qualità di spettacolo che RomaEuropa riesce a garantire (anche se più apprezzabile sarebbe stato portare uno spettacolo più recente, questo è del 2008), dimostrando che la sperimentazione non è solo vertigine per appassionati ma anche raffinato intrattenimento – non elitario (vale la pena ricordare che un concerto pop costa di più) – di alto livello.

Ascolto consigliato

Teatro Vascello, Roma – 21 novembre 2015

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